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Cristiana cattolica non per educazione, ma per vocazione e convinzione.

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Questo è un blog di apologetica cattolica.
È detta apologetica quel settore della teologia che si occupa di difendere (da qui il termine apologia, dal greco "difesa") la verità del Cristianesimo cattolico.

Il presupposto della apologetica cristiana è il riconoscimento, anzi l'affermazione, del pieno valore della ragione, che consente al cristiano di dialogare senza paure e complessi con chi cristiano non è, ma ammetta lui pure il valore della ragione.
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sabato, 04 luglio 2009
Il messaggio della Regina della Pace
Scritto da: mdeledda alle ore 22:40 | link | commenti | categoria: medjugorje
La voce del Papa
UNO SVILUPPO UMANO INTEGRALE PER DARE VOCE AD OGNI POPOLO

LETTERA AL CAPO DEL GOVERNO ITALIANO, SILVIO BERLUSCONI,
IN OCCAZIONE DEL VERTICE DEL G8 DE L'AQUILA (8-10/07/2009)

Mercoledì 1° luglio 2009


Onorevole Signor Presidente,


in vista del prossimo G8 dei Capi di Stato e di Governo del Gruppo dei Paesi più Industrializzati, che si svolgerà a L'Aquila nei giorni 8-10 luglio p.v. sotto la Presidenza italiana, mi è gradito inviare un cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti. Colgo poi volentieri l'occasione per offrire un contributo alla riflessione sulle tematiche dell'incontro, come in passato ho già avuto modo di fare. Sono stato informato dai miei collaboratori circa l'impegno con cui il Governo, che Ella ha l'onore di presiedere, si sta preparando a quest'importante appuntamento, e so quale attenzione abbia riservato alle riflessioni, che, sulle tematiche dell'imminente Vertice, hanno formulato la Santa Sede, la Chiesa Cattolica in Italia e il mondo cattolico in generale, nonché Rappresentanti di altre religioni.


La partecipazione di Capi di Stato o di Governo, non solo del G8 ma di molte altre Nazioni, farà sì che le decisioni da adottare, per trovare vie di soluzione condivise sui principali problemi che incidono su economia, pace e sicurezza internazionale, possano rispecchiare più fedelmente i punti di vista e le attese delle popolazioni di tutti i Continenti. Questa partecipazione allargata alle discussioni del prossimo Vertice appare pertanto quanto mai opportuna, tenendo conto delle molteplici problematiche dell'attuale mondo altamente interconnesso e interdipendente. Mi riferisco, in particolare, alle sfide della crisi economico-finanziaria in corso, così come ai dati preoccupanti del fenomeno dei cambiamenti climatici, che non possono non spingere a un saggio discernimento e a nuove progettualità per "«convertire» il modello di sviluppo globale" (cfr. Benedetto XVI, Angelus 12 novembre 2006), rendendolo capace di promuovere, in maniera efficace, uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori della solidarietà umana e della carità nella verità. Alcune di queste tematiche vengono affrontate anche nella mia terza Enciclica Caritas in veritate, che proprio nei prossimi giorni verrà presentata alla stampa.


In preparazione al Grande Giubileo del 2000, su impulso di Giovanni Paolo II, la Santa Sede ebbe a prestare grande attenzione ai lavori del G8. Il mio venerato Predecessore era infatti persuaso che la liberazione dei Paesi più poveri dal fardello del debito e, più in generale, lo sradicamento delle cause della povertà estrema nel mondo dipendevano dalla piena assunzione delle responsabilità solidali nei confronti di tutta l'umanità, che hanno i Governi e gli Stati economicamente più avanzati. Responsabilità che non sono venute meno, anzi sono diventate oggi ancora più pressanti. Nel passato recente, in parte grazie alla spinta che il Grande Giubileo del 2000 ha dato alla ricerca di soluzioni adeguate alle problematiche relative al debito e alla vulnerabilità economica dell'Africa e di altri Paesi poveri, in parte grazie ai notevoli cambiamenti nello scenario economico e politico mondiale, la maggioranza dei Paesi meno sviluppati ha potuto godere di un periodo di straordinaria crescita, che ha consentito a molti di essi di sperare nel conseguimento dell'obiettivo fissato dalla Comunità internazionale alla soglia del terzo millennio, quello cioè di sconfiggere la povertà estrema entro il 2015. Purtroppo, la crisi finanziaria ed economica, che investe l'intero Pianeta dall'inizio del 2008, ha mutato il panorama, cosicché è reale il rischio non solo che si spengano le speranze di uscire dalla povertà estrema, ma che anzi cadano nella miseria pure popolazioni finora beneficiarie di un minimo benessere materiale.


Inoltre, l'attuale crisi economica mondiale comporta la minaccia della cancellazione o della drastica riduzione dei piani di aiuto internazionale, specialmente in favore dell'Africa e degli altri Paesi economicamente meno sviluppati. E pertanto, con la stessa forza con cui Giovanni Paolo ii chiese il condono del debito estero, vorrei anch'io fare appello ai Paesi membri del G8, agli altri Stati rappresentati e ai Governi del mondo intero, affinché l'aiuto allo sviluppo, soprattutto quello rivolto a "valorizzare" la "risorsa umana", sia mantenuto e potenziato, non solo nonostante la crisi, ma proprio perché di essa è una delle principali vie di soluzione. Non è infatti investendo sull'uomo - su tutti gli uomini e le donne della Terra - che si potrà riuscire ad allontanare in modo efficace le preoccupanti prospettive di recessione mondiale? Non è in verità questa la strada per ottenere, per quanto possibile, un andamento dell'economia mondiale a beneficio degli abitanti di ogni Paese, ricco e povero, grande e piccolo?


Il tema dell'accesso all'educazione è intimamente connesso all'efficacia della cooperazione internazionale. Se allora è vero che occorre "investire" sugli uomini, l'obiettivo dell'educazione basica per tutti, senza esclusioni, entro il 2015, non solo va mantenuto, bensì rafforzato generosamente. L'educazione è condizione indispensabile per il funzionamento della democrazia, per la lotta contro la corruzione, per l'esercizio dei diritti politici, economici e sociali e per la ripresa effettiva di tutti gli Stati, poveri e ricchi. Ed applicando rettamente il principio della sussidiarietà, il sostegno allo sviluppo non può non tener conto della capillare azione educatrice che svolgono la Chiesa cattolica e altre Confessioni religiose nelle regioni più povere e abbandonate del Globo.


Agli illustri partecipanti all'incontro del g8, mi preme altresì ricordare che la misura dell'efficacia tecnica dei provvedimenti da adottare per uscire dalla crisi coincide con la misura della sua valenza etica. Occorre cioè tener presenti le concrete esigenze umane e familiari: mi riferisco, ad esempio, all'effettiva creazione di posti di lavoro per tutti, che consentano ai lavoratori e alle lavoratrici di provvedere in maniera degna ai bisogni della famiglia, e di assolvere alla primaria responsabilità che hanno nell'educare i figli e nell'essere protagonisti nelle comunità di cui sono parte. "Una società in cui questo diritto sia sistematicamente negato, - ebbe a scrivere Giovanni Paolo ii - in cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere livelli soddisfacenti di occupazione, non può conseguire né la sua legittimazione etica né la pace sociale" (Centesimus annus, 43; cfr. Id., Laborem exercens, 18). E proprio a tale scopo, si impone l'urgenza di un equo sistema commerciale internazionale, dando attuazione - e se necessario persino andando oltre - alle decisioni prese a Doha nel 2001, in favore dello sviluppo. Auspico che ogni energia creativa venga impiegata per assolvere agli impegni assunti al Vertice Onu del Millennio circa l'eliminazione della povertà estrema entro il 2015. È doveroso riformare l'architettura finanziaria internazionale per assicurare il coordinamento efficace delle politiche nazionali, evitando la speculazione creditizia e garantendo un'ampia disponibilità internazionale di credito pubblico e privato al servizio della produzione e del lavoro, specialmente nei Paesi e nelle regioni più disagiati.


La legittimazione etica degli impegni politici del G8 esigerà naturalmente che essi siano confrontati con il pensiero e le necessità di tutta la Comunità Internazionale. A tal fine, appare importante rafforzare il multilateralismo, non solo per le questioni economiche, ma per l'intero spettro delle tematiche riguardanti la pace, la sicurezza mondiale, il disarmo, la salute, la salvaguardia dell'ambiente e delle risorse naturali per le generazioni presenti e future. L'allargamento del G8 ad altre regioni costituisce senz'altro un importante e significativo progresso; tuttavia nel momento dei negoziati e delle decisioni concrete ed operative, bisogna tenere in attenta considerazione tutte le istanze, non solo quelle dei Paesi più importanti o con un più marcato successo economico. Solo questo può infatti rendere tali decisioni realmente applicabili e sostenibili nel tempo. Si ascolti pertanto la voce dell'Africa e dei Paesi meno sviluppati economicamente! Si ricerchino modi efficaci per collegare le decisioni dei vari raggruppamenti dei Paesi, compreso il G8, all'Assemblea delle Nazioni Unite, dove ogni Nazione, quale che sia il suo peso politico ed economico, può legittimamente esprimersi in una situazione di uguaglianza con le altre.


Vorrei infine aggiungere che è quanto mai significativa la scelta del Governo Italiano di ospitare il G8 nella città de L'Aquila, scelta approvata e condivisa dagli altri Stati membri ed invitati. Siamo stati tutti testimoni della generosa solidarietà del Popolo italiano e di altre Nazioni, di Organismi nazionali ed internazionali verso le popolazioni abruzzesi colpite dal sisma. Questa mobilitazione solidale potrebbe costituire un invito per i membri del G8 e per i Governi e i Popoli del mondo ad affrontare uniti le attuali sfide che pongono improrogabilmente l'umanità di fronte a scelte decisive per il destino stesso dell'uomo, intimamente connesso con quello del creato.


Onorevole Signor Presidente, mentre imploro l'assistenza di Dio su tutti i presenti al prossimo G8 de L'Aquila e sulle iniziative multilaterali intese a risolvere la crisi economico-finanziaria e a garantire un futuro di pace e di prosperità per tutti gli uomini e le donne senza nessuna esclusione, colgo volentieri l'occasione per esprimerLe nuovamente la mia stima e, assicurando la mia preghiera, Le porgo un deferente e cordiale saluto.
Scritto da: mdeledda alle ore 22:37 | link | commenti | categoria: catechesi
Accogliere il profeta Gesù
XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [B]
2009/07/05

Ez 2, 2-5;
Sal 122, 1-4;
2Cor 12, 7-10;
Mc 6, 1-6.





Il mistero della vita non è un mistero, ma una Persona: Cristo Gesù

di P. Angelo del Favero,
da Zenit (03/07/2009)


Partì di là e venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? (…) Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando (Mc 6, 1-6).

Il testo di Luca parallelo a questo, dopo una prima reazione cittadina favorevole a Gesù, ci informa di un finale drammatico: “All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino” (Lc 4, 28-30).

Cosa aveva detto Gesù per scatenare una simile reazione? Consapevole di essere stato preceduto dalla fama di taumaturgo, egli non intendeva soddisfare attese sensazionalistiche, totalmente contrarie al suo messaggio spirituale, perciò, data l’incomprensione avuta, si era detto pronto a rivolgersi oltre i confini di Israele, come avevano fatto prima di lui i profeti Elia ed Eliseo. Spiega la Nuova Bibbia per la Famiglia: “A Nazaret appena Gesù dice ‘Io sono il Messia’, tutti sono contenti, ma quando poi spiega che Messia non significa guaritore privato, tutto per loro, allora lo cacciano via, prima ancora che riesca a fare un solo miracolo. Gesù non è solo il Salvatore di Israele, ma la luce che illumina ogni uomo; nessuno lo può tenere solo per sé, la sua opera di salvezza supera ogni confine” (N.T., vol. 1, p.150).

La violenta reazione dei concittadini del Signore è un esempio di quell’intolleranza che sta alla base di ogni atteggiamento ideologico, purtroppo comune anche fra i discepoli di Colui che ha raccomandato: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11, 29). Più o meno esplicitamente tale atteggiamento è questo: “se sei dei nostri, vieni; ma se non la pensi come noi, qui non c’è posto per te”. È lo scandalo della divisione dei credenti, oltremodo doloroso se si considera che quasi sempre, dall’una e dall’altra parte, è testimoniata un’esemplare generosità a servizio del Vangelo, mentre è chiaro che la conseguente dispersione delle già deboli forze, gioca pesantemente a favore del suo diabolico avversario.

Nella difesa e promozione della vita, a tal riguardo, sono verissime queste parole del Papa: “Di fatto se oggi possiamo osservare una mobilitazione delle forze per la difesa della vita umana in diversi “movimenti per la vita”, mobilitazione che è incoraggiante e fa sperare, dobbiamo tuttavia riconoscere francamente che finora più forte è il movimento contrario: l’estensione di legislazioni e di pratiche che distruggono volontariamente la vita umana, soprattutto la vita dei più deboli: dei bambini non nati” (J. Ratzinger/Benedetto XVI, L’elogio della coscienza, la verità interroga il cuore, p. 38). Il movimento contrario sarebbe meno forte se le forze che si mobilitano per la difesa della vita agissero in piena comunione tra loro!

Ma torniamo al Vangelo. Il finale di Luca ci lascia perplessi: scampato dalla furia omicida dei suoi concittadini, come se nulla fosse Gesù “passando in mezzo a loro, si mise in cammino” (Lc 4, 30). Dice passando in mezzo a loro e non, come sarebbe più logico, allontanandosi da loro. Sembra quasi che Gesù decida di restare in mezzo a loro, accettando il rischio di esporsi a rinnovate minacce e contestazioni, anche a costo della propria vita. In effetti è proprio così, perchè il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi fino alla fine del mondo, anche se noi continuiamo a rifiutarlo, a tendergli insidie mortali, a crocifiggerlo.

Luca descrive questo volontario cammino di autoconsegna del Signore, nella parabola del buon Samaritano: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono lasciandolo mezzo morto. (…) un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino...” (Lc 10, 30s).

Gesù è il Samaritano che soccorre e salva l’uomo abbattuto dal Male, e nello stesso tempo è la vittima d’ogni violenza, poichè: “... lo avete fatto a me” (Mt 25, 40). Il comando finale della parabola (“va’ e anche tu fa’ così”- Lc 10, 37), non riguarda, però, solo il singolo che è tenuto ad imitare l’esempio generoso del Samaritano, ma interpella i numerosi credenti ad agire “in equipe”,..come medici ed infermieri in un Pronto Soccorso. Infatti la compassione di colui che si fermò sarebbe stata vana se non avesse avuto a disposizione le bende, l’olio e il vino per medicare il ferito; se poi non avesse potuto caricarlo sulla sua cavalcatura; e infine se non avesse trovato un albergo nelle vicinanze con un albergatore disponibile a prendersi ulteriormente cura di lui.

Come attualizziamo tutto questo? La vittima sulla strada è l’uomo di oggi, e i briganti sono “i potenti, ..con la complicità degli Stati,.. che impiegano.. mezzi colossali contro le persone, all’alba della loro vita, oppure quando la loro vita è resa vulnerabile da un incidente o da una malattia e quando essa è prossima a spegnersi” (Benedetto XVI, id., p. 38).

Anzitutto, dunque, l’uomo che ha appena iniziato il viaggio della vita nel grembo: si è avviato nel cammino di discesa lungo la tuba uterina (ignaro dell’agguato mortale degli anti-nidatori come la RU 486, il Cytotec e simili); o è già entrato da qualche settimana o mese nella sua casa uterina (in lista di distruzione ad opera dalla ruspa di Karman, o di altri micidiali interventi del medico).

Quest’uomo esemplare è Gesù, colui che Pilato indicò alla folla di tutti i tempi e di tutti i luoghi: “Ecco l’uomo!” (Gv 19, 5). Ed è quel “Figlio dell’uomo” che incontriamo oggi nella prima Lettura (Ez 2, 2-5), una definizione che anzitutto identifica l’essere umano nel suo biologico concepimento genitoriale. “L’espressione ‘figlio dell’uomo’ è caratteristica di Ezechiele, ed indica l’uomo nella sua dimensione di fragilità e mortalità, sottolineando la distanza e il contrasto con la potenza di Dio” (Bibbia Via, Verità e Vita, p. 1803).

C’è forse, lungo il cammino esistenziale dell’uomo da Gerusalemme a Gerico, un tempo in cui questa dimensione di fragilità e mortalità sia più evidente che nel bambino non nato? La sua è la debolezza assoluta di un soggetto umano non ancora cosciente, al quale tuttavia possiamo far pronunciare le parole che Paolo oggi proclama a nome di ogni più fragile creatura umana: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor 12, 9). Veramente la potenza di Dio ha scelto per manifestarsi il più debole dei deboli, il più povero dei poveri: l’uomo nell’istante di inizio, come annuncia l’Angelo a Maria: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1, 35).

Quella di Paolo è una testimonianza misteriosa: “Fratelli, affinchè io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia” (2Cor 12, 7). Questa spina ignota è una prova permessa da Dio per tenere a bada la superbia naturale dell’apostolo, e richiama il capo di Gesù, coronato di spine nella carne della testa come un re da burla nel pretorio di Pilato.

Potrebbe trattarsi degli avversari interni alle stesse comunità fondate da Paolo, quindi delle divisioni che ostacolano l’annuncio del Vangelo che egli dichiara (non senza legittimo vanto) di avere imparato non da uomini, “ma per rivelazione di Gesù Cristo” (Gal 1, 11-12). Con una simile affermazione, Paolo non si appropria superbamente del Vangelo, ma ne difende appassionatamente la verità da autentico “servitore di Cristo”, da Cristo stesso costituito davanti a tutti sulla via di Damasco.

Analogamente, riprendendo la citazione iniziale di Benedetto XVI sui diversi Movimenti per la vita, nessuno di questi può impossessarsi del Vangelo della Vita, rivendicando le proprie convinzioni alla maniera di Paolo: in tal modo si opera come una spina nella carne della vita, a vantaggio e soddisfazione di colui che ne è il più temibile avversario, Satana.

Merita qui tutta la nostra attenzione, infatti, l’esplicita attribuzione a Satana che Paolo fa della sua spina umiliante. Citando questo passo, il Predicatore della Casa Pontificia osservava qualche anno fa alla presenza di Giovanni Paolo II: “Dio fa servire l’azione del demonio alla purificazione e all’umiltà dei suoi eletti. Un canto spiritual negro lo dice in tono leggero, ma teologicamente perfetto: “Il vecchio Satana è matto, è cattivo. Ha sparato un colpo per uccidere la mia anima. Ma ha sbagliato mira e ha colpito il mio peccato”. Ma ora tutto questo è finito. Il silenzio è calato su Satana; la lotta è diventata contro “la carne e il sangue”, cioè contro mali alla portata dell’uomo. L’inventore della demitizzazione ha scritto: “Non si può usare la luce elettrica e la radio, non si può ricorrere in caso di malattia a mezzi medici e clinici e al tempo stesso credere al mondo degli spiriti”. Nessuno è stato mai così contento di essere demitizzato come il demonio, se è vero – come è stato detto - che “la sua più grande astuzia è far credere che egli non esiste”. (…) Ci si lascia impressionare da quello che pensano, dell’esistenza del demonio, gli uomini di cultura “laici”, come se vi fosse una base comune di dialogo con loro. Non si tiene conto che una cultura che si dichiara atea non può credere all’esistenza del demonio. (…)

Quando Paolo VI osò ricordare ai cristiani la “verità cattolica” che il demonio esiste (“Il male – disse in un’occasione – non è soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e paurosa”), una parte della cultura reagì stracciandosi le vesti scandalizzata. Perfino molti credenti e alcuni teologi si lasciano intimidire: “Sì, ma potrebbe, effettivamente, bastare l’ipotesi simbolica, la spiegazione mitica, o quella psicanalitica...”.

Detto questo, possiamo e dobbiamo anche ridimensionare il demonio. Nessuno è pronto a farlo più del credente. Satana non ha nel cristianesimo, un’importanza pari e contraria a quella di Cristo. Dio e il demonio non sono due principi paralleli, eterni e indipendenti tra di loro, come in certe religioni dualistiche. Per la Bibbia, il demonio non è che una creatura di Dio “andata a male”; tutto ciò che esso è di positivo viene da Dio, solo che egli lo corrompe e lo svia, usandolo contro di Lui. Abbiamo con ciò spiegato tutto? No. L’esistenza del Maligno rimane un mistero come è quella del male in genere, ma non è l’unico mistero della vita...” (P. R. Cantalamessa, Omelia alla celebrazione della Passione, 13 aprile 2004).

Il mistero della vita non è un mistero, ma una Persona: il Signore Gesù risorto e vivo in mezzo a noi, e che vive in noi con la sua stessa Vita divina.
Scritto da: mdeledda alle ore 22:23 | link | commenti | categoria: meditazioni
Prega con il Vangelo della Domenica
XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [B]
2009/07/05

Ez 2, 2-5;
Sal 122, 1-4;
2Cor 12, 7-10;
Mc 6, 1-6.




La tua Parola, o Signore, è intrisa di sapienza e di forza: donaci la capacità di meravigliarci e di accoglierla in noi. La tua Parola, o Maestro, risuoni attraverso le nostre povere parole: rendici fiduciosi di poter essere anche noi, se uniti a Te, gioiosi annunciatori del Vangelo. La tua Parola, o Gesù Nazareno, ci aiuti a credere che il mondo in cui Dio ci ha posto è il luogo della nostra santità.

Madì Drello
Scritto da: mdeledda alle ore 22:14 | link | commenti | categoria: preghiera e devozioni
Il grido di Giulia: questa è vita!
Campionessa di vita

Un’ischemia prenatale poi la diagnosi impietosa: Giulia sarà un vegetale. Storia di una bambina che non doveva nascere e oggi corre sugli sci.

di Fabio Cavallari,
da Tempi (29/06/09)


Dal 1989 Mariangela Fontanini e Riccardo Ribera vivono a Bruxelles. Trasferitisi in Belgio dall’Italia per lavorare al Parlamento europeo, Mariangela e Riccardo hanno scelto di costruire lì la loro famiglia, lì vivono da vent’anni, lì sono cresciute le due gemelle Alessandra ed Elisabetta e la piccola Giulia. Una vita come tante, fatta di soddisfazioni e ordinarie difficoltà. Fino al 2002, quando Mariangela rimane incinta di Giulia. Alla dodicesima settimana rischia un aborto spontaneo, poi nel giro di un mese tutto sembra rientrare nella normalità. All’ottavo mese, però, un’ecografia rileva alcune anomalie e i medici le consigliano ulteriori esami. È il 23 dicembre quando arrivano i risultato della risonanza magnetica, il neurologo è schietto e diretto: «La bambina avrà un gravissimo handicap, nella migliore delle ipotesi vivrà come un vegetale, nella peggiore morirà. Le consigliamo l’aborto terapeutico. L’appuntamento è fissato per il 26 dicembre». Dal punto di vista medico non c’è nulla da discutere, la diagnosi è impietosa: una microcefalia associata a una grave polimicrogeria laterale sinistra. Durante la minaccia di aborto avvenuta alla dodicesima settimana, il cervello della bambina era stato gravemente danneggiato da un’ischemia, compromettendo quasi tutte le attività motorie e la parola. Unico organo a salvarsi il cervelletto, quindi la vista ed una parte dell’equilibrio.

Considerata l’entità della patologia i medici non prendono in considerazione altra via che l’aborto e spiegano a Mariangela che uccideranno il feto con un’amniocentesi per poi procedere a un parto “normale”. «Io e mio marito – racconta oggi Mariangela – escludemmo immediatamente questa via. Giulia sarebbe nata. L’ultimo mese e mezzo fu durissimo. Le prospettive all’orizzonte si presentavano molto cupe, il quadro nerissimo. Con Riccardo abbiamo iniziato a chiedere preghiere a tutti gli amici in giro per il mondo. Il sostegno delle persone che ci volevano bene è stato fondamentale e al parto siamo arrivati insospettabilmente tranquilli. Giulia è nata senza alcuna difficoltà. Era una bambina bellissima. Nell’immediato non si notava alcuna anomalia, ma poi con il passare dei mesi i suoi handicap emersero in tutta la loro gravità».

La legge belga permetteva alla famiglia Ribera di affidare Giulia a un istituto in cui andarla a trovare periodicamente. È una via che molti genitori di ragazzi disabili scelgono di percorrere in Belgio. «È impressionante – racconta Riccardo, il papà di Giulia – girando per Bruxelles non c’è verso di incontrare un disabile, un portatore di handicap. Sembrano tutti sani. Nella realtà chi ha una menomazione vive negli istituti o confinato in casa. Spesso non sono figli di povera gente o di stranieri, ma di medici, professionisti o affermati imprenditori. Si direbbe che in Belgio l’essere umano ha senso solo sino a quando è produttivo, efficiente, perfettamente inserito nell’ingranaggio».

Per questo chi sceglie di non archiviare un “ingranaggio difettoso” come Giulia non ha vita facile. «Dopo che la bambina è nata – continua Mariangela – siamo tornati dal neurologo che mi aveva consigliato l’aborto, per capire come comportarci, cosa potevamo fare per aiutare Giulia. Inutile. Come medico mi aveva detto come stavano le cose e ora l’unica cosa che poteva consigliarmi era di rivolgermi a uno psicologo». Di fronte alla sordità del primo medico non resta che cercare aiuto altrove. In Belgio, ma anche in America e in Italia. È proprio nella terra natia, quando Giulia ha ormai due mesi, che Mariangela e Riccardo conoscono la dottoressa Marilena Pedrinazzi, terapista della riabilitazione e docente della scuola diretta a fini speciali per terapisti della riabilitazione all’Università di Milano. Da quel momento la loro vita cambia di nuovo. Con la dottoressa trovano una terapia riabilitativa e, soprattutto, la speranza. Il metodo, in uso negli Stati Uniti, prevedeva una stimolazione continua della bimba, ripetuti massaggi ed esercizi di equilibrio. Un lavoro costante per quasi tutto l’arco della giornata.

Progressi inaspettati
«Lentamente – continua Mariangela – la nostra piccola ha iniziato a progredire. Da inerme totale, ha incominciato ad articolare alcuni movimenti, a far percepire la propria presenza. Altro che vegetale. All’età di due anni, per seguirla con costanza ed attenzione, abbiamo provato a cercare dei volontari che ci aiutassero. Per l’ennesima volta, tramite Giulia la nostra vita è cambiata nuovamente. Grazie a lei ci siamo aperti al mondo. Da un appello in parrocchia e con il passaparola, siamo arrivati ad avere trenta volontari che, con turni di un’ora al giorno, hanno iniziato a dedicarsi a nostra figlia. Sabato e domenica compresi. Con questo metodo si sono instaurate amicizie e rapporti solidi. Chi entra in casa nostra rimane affascinato e attratto dalla curiosità di Giulia, dalla sua caparbietà, dai suoi occhi accesi».

Ora Giulia ha sei anni, si muove a gattoni, sta sulle ginocchia in verticale, comunica con gli occhi e con i gesti. Se vuole qualcosa la indica, manifesta le sue esigenze, esprime e cerca affettività. È sorridente, gioiosa, di buon umore. «Mi basta il suo sguardo per capire che è viva e soprattutto che vuole vivere, a dispetto di coloro che l’avevano considerata un vegetale. Certo, la nostra vita non è facile. È un percorso da combattenti quello di un genitore con un figlio portatore di un handicap così grave. Bisogna gestire la quotidianità, cercare di rendere la sua vita più normale possibile. E poi rapportarsi con le altre due nostre figlie che stravedono per Giulia coinvolgendola in ogni tipo di attività, ma che hanno anche sofferto per il minor tempo dedicato a loro. Eppure nonostante le privazioni che anche loro hanno dovuto subire, oggi ci dicono che se Giulia non ci fosse la loro vita sarebbe molto triste».

Per i medici che oggi li seguono in Belgio, i Ribera restano un caso strano, Giulia una malata incomprensibile. Polimicrogiria laterale sinistra, uno stato praticamente vegetativo, eppure Giulia comunica, ride e quest’anno ha partecipato per la terza volta consecutiva alla settimana di sci per bambini e ragazzi con disabilità che la dottoressa Marilena Pedrinazzi organizza ogni anno ad Asiago. La settimana ad Asiago, che pur comporta delle fatiche per i genitori o i familiari che accompagnano i bambini, è anche l’occasione unica per un confronto umano ed uno scambio di esperienze tra le famiglie. Lì nascono amicizie straordinarie anche tra i bambini, come quella tra Beppe, un bimbo trisomico, e Giulia. La settimana si conclude con una gara emozionante dove ogni bambino, con o senza istruttore secondo il livello di autonomia, effettua la discesa tra gli incoraggiamenti di un pubblico entusiasta. Alla fine tutti sono premiati, perché tutti hanno vinto la loro sfida contro l’handicap.
Scritto da: mdeledda alle ore 22:10 | link | commenti | categoria: testimoni
Un prelato del Vaticano, le staminali e il caldone...
Mons. Pagano di nome e di fatto?

Pagano, l’archivista vaticano, apre alla scienza: “I preconcetti non condannino la ricerca”. Il barnabita: “Dobbiamo studiare di più ed essere più prudenti”.
 
di Andrea Tornielli,
da Il Giornale (03/07/09)

 
Il Vaticano deve stare attento a non ripetere altri casi come quello di Galileo e dunque non dovrebbe condannare «con gli stessi preconcetti che valevano allora per la teoria copernicana» gli attuali sviluppi della ricerca sulle cellule staminali o sulla genetica. Un’affermazione non nuova sulle labbra di molti scienziati critici verso la Chiesa, ma che suona dirompente se a pronunciarla è un vescovo della Curia romana e per di più nella Sala Stampa della Santa Sede di fronte a decine di giornalisti.

Autore della clamorosa sortita è il barnabita Sergio Pagano, Prefetto dell’Archivio Segreto vaticano, esperto di liturgia e specializzato in archivistica. Il prelato ha incontrato ieri mattina la stampa internazionale per presentare una nuova edizione dei documenti del processo contro Galileo Galilei, lo scienziato pisano condannato dall’autorità ecclesiastica per il suo «Dialogo sui massimi sistemi», con il quale, ha spiegato Pagano, «sembrò insegnare ai teologi come interpretare la Bibbia, e al Papa come fare il Papa».

Il Prefetto dell’Archivio Segreto non si è però limitato al passato. Ha tratto, dal caso Galileo, un insegnamento per il presente, applicandolo proprio ai pronunciamenti della Chiesa sulle cellule staminali e più in generale sulla genetica. Temi etici sensibilissimi: basti pensare che proprio la recente decisione del nuovo presidente USA di rimuovere i limiti al finanziamento pubblico per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, rappresenta uno dei temi di maggior attrito tra Stati Uniti e Santa Sede. E Barack Obama vedrà Benedetto XVI tra pochi giorni.

Queste le esatte parole dette dal vescovo Pagano: «Può insegnare qualcosa a noi oggi (il caso Galileo, ndr)? Certo, per esempio – ma questo lo dico da sacerdote, da persona privata – a stare molto attenti quando ci si confronta con la sola Scrittura alla mano in questioni scientifiche, a non fare noi gli errori che furono fatti allora». «Penso – ha aggiunto l’archivista – alle cellule staminali, penso ai problemi dell’eugenetica, penso ai problemi della ricerca scientifica in questi ambiti, che qualche volta ho l’impressione siano condannati con gli stessi preconcetti che valevano allora per la teoria copernicana. Bisognerebbe studiare di più, essere molto più prudenti». Espressioni inequivocabili: il prelato teme che in materia di cellule staminali e di «eugenetica» (forse intendeva di «genetica»), la Chiesa oggi pronunci condanne in base a «preconcetti», come fece con Galileo.

Resosi conto dell’effetto dirompente delle sue affermazioni, il vescovo ha fatto poi distribuire una dichiarazione per inquadrare meglio il suo pensiero. «Il caso Galileo – si legge nella nota – insegna alla scienza a non presumere di far da maestra in materia di fede e di Sacra Scrittura e insegna contemporaneamente alla Chiesa ad accostarsi ai problemi scientifici, fossero anche quelli legati alla più moderna ricerca sulle staminali, per esempio, con molta umiltà e circospezione». Come si vede, nessuna smentita, peraltro impossibile, dopo che i registratori dei giornalisti avevano catturato le sue precedenti parole.

Ora, il Prefetto dell’Archivio Segreto non è un teologo né un esperto di bioetica. Ha espresso il suo pensiero dimenticando, per un momento, il ruolo ricoperto e il luogo in cui si trovava. Le sue battute sono state accolte con sorpresa nei sacri palazzi: sulle questioni citate da Pagano, infatti, gli organismi della Santa Sede non intervengono sulla base delle Scritture (che non sono un trattato scientifico) ma degli sviluppi della ricerca. Come conferma al Giornale il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella: «Tutti devono essere umili di fronte alla scienza, ma sulle staminali la Chiesa non si è espressa con pregiudizi, ma in base a giudizi scientifici non condizionati dalla propaganda e dalle pressioni del mercato. La ricerca basata sulle staminali umane embrionali, l’unica che ha sollevato dubbi etici, è datata e superata e si è dimostrata una grande truffa».
Scritto da: mdeledda alle ore 21:59 | link | commenti | categoria: anticomunismo
I cardinali racconto la loro vocazione (Annus Sacerdotalis)
I Cardinali spiegano la loro chiamata al sacerdozio in un documentario

L'agenzia Rome Reports lancia uno speciale sull'Anno Sacerdotale.

da Zenit (03/07/2009)



La cerimonia ufficiale di inaugurazione dell'Anno Sacerdotale dà inizio a un documentario sulla missione del sacerdote che narra la vocazione di Giovanni Paolo II e quella di Benedetto XVI e include testimonianze di vari Cardinali.

Il programma L'Anno Sacerdotale - Speciale Informativo dura 30 minuti. L'agenzia televisiva internazionale Rome Reports lo offre in spagnolo e inglese a emittenti televisive e privati in formato DVD.

Tra le testimonianze personali sulla chiamata al sacerdozio, figurano quelle dei Cardinali Joseph Zen della Cina, Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga dell'Honduras, Julián Herranz della Spagna, Francis Arinze della Nigeria, José Saraiva Martins del Portogallo e Javier Lozano Barragán del Messico.

Il documentario contiene anche un'intervista al Cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il Clero e principale organizzatore dell'Anno Sacerdotale.

Il reportage presenta il patrono dei parroci, San Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars, e spiega la cerimonia dell'ordinazione sacerdotale.

Porta anche lo spettatore “da un seminario internazionale a Roma al luogo della prima Eucaristia, il Cenacolo di Gerusalemme”, afferma un comunicato della produzione.

Rome Reports è un'agenzia di notizie televisive specializzata in materiale relativo al Papa e al Vaticano.

Ha prodotto la prima biografia televisiva di Benedetto XVI, L'Avventura della Verità, il racconto degli ultimi giorni di Giovanni Paolo II e il Conclave che ha eletto Benedetto XVI, Il Mondo tra due Papi.


Guarda il trailer
Scritto da: mdeledda alle ore 21:46 | link | commenti | categoria: attualità
Beato Paolo Manna (Annus sacerdotalis)
Padre Paolo Manna

di P. Piero Gheddo,
da Zenit (03/07/09)


Nell’Anno Sacerdotale proclamato da Benedetto XVI il 19 giugno 2009, un anno di preghiere e di riflessione sul sacerdozio, ho ringraziato il Signore, non solo di avermi chiamato, ma di aver messo sulla mia strada tanti ottimi e santi sacerdoti che hanno influenzato la mia formazione di prete.

Oggi voglio ricordarne uno solo al quale debbo tanto: padre Paolo Manna (1882-1952), beatificato a Roma da Giovanni Paolo II il 4 novembre 2001; missionario in Birmania per 12 anni (1995-1907) e poi direttore di Le Missioni Cattoliche (oggi Mondo e Missione); fondatore dell’Unione missionaria del clero (oggi Opera Pontificia) e superiore generale del PIME (1924-1934).

L’ho incontrato una sola volta nel 1945 o 1946 a Monza, dov’ero da poco entrato nel liceo del Pime dal seminario diocesano di Moncrivello (Vercelli) e poi ho avuto la fortuna di dover scrivere la sua biografia nell’anno della sua beatificazione (Paolo Manna, EMI 2001, pagg. 400).

A padre Manna debbo l’inizio della mia vocazione missionaria quando nei primi anni del mio ginnasio a Moncrivello il Signore mi chiamò ad essere missionario, facendomi leggere il suo primo libro,  forse il più appassionato e affascinante (almeno per noi giovani di quel tempo!): Operarii autem pauci - Riflessione sulla vocazione alle missioni estere (Pime 1909, VI ediz. 1942).

In un secondo tempo, nel 1995, come direttore dell’Ufficio storico del Pime ho pubblicato la prima edizione integrale delle sue Lettere ai missionari del Pime mentre era superiore generale, pagine anche queste infuocate di un ardente amore a Cristo, alla Chiesa e alle “missioni estere”: Virtù Apostoliche (Emi 1995, IV edizione, pagg. 460).

Ho ripreso in mano per meditarle queste lettere. Ecco alcune espressioni, alcuni squarci delle sue esortazioni:
1) “Il missionario deve presentarsi ai popoli infedeli come un alter Christus (altro Cristo). Il missionario di fatti, se non  impersona Gesù Cristo non è niente. Quando nel missionario appare l’uomo, allora  egli è inefficace” (pag. 90).
2) “Amati confratelli, si dice che i missionari sono pochi, ma quanto più pochi sono i veri missionari che ritraggono in tutta la loro vita la figura divina di Cristo!” (pag. 91).
3) “Missionari, cioè uomini naturalmente forti e decisi non facciamo le cose a metà. Facendoci missionari abbiamo inteso darci tutti interi a Gesù Cristo. Se non Gli saremo uniti con una grande, totale dedizione, che non può aversi da chi non prega, Egli sarà costretto per la nostra poca generosità a starsene lontano da noi; verremo così a privarci di un grande cumulo di grazie e indubbiamente cadremo nella nostra miseria” (pag. 93).
4) “Siate uomini di vita interiore, uomini di preghiera e, se anche foste scarsi di doni naturali, la grazia di Dio supplirà abbondantemente a quello che vi manca. Quante volte missionari di pochi numeri, ma santi, hanno ottenuto grandi frutti di bene in missioni, dove altri più intelligenti e bravi hanno lavorato invano!” (pag. 100).
5) [Ai formatori dei seminari]: “Preti mediocri non ci servono. Abbiamo bisogno di una vera schiera di uomini superiori, ripieni dello Spirito di Dio, non mercenari o dilettanti, ma veri Pastori nel senso più sublime della parola, che sappiano dare Gesù Cristo alle anime dalla sovrabbondanza del loro tesoro di grazia e virtù” (pag. 157).

Il dramma di noi preti è questo. Che meditiamo e comprendiamo il valore e la forza di queste esortazioni, abbiamo scelto di seguire e di amare Gesù con tutto il cuore, rinnoviamo ogni giorno questa consacrazione totale a Dio e alla missione della Chiesa. Però poi arriviamo a 80 anni e ci accorgiamo di essere ancora molto distanti dall’ideale, pur rimanendo ben convinti che preti santi evangelizzano davvero gli uomini e la società, migliorando la vita per tutti; mentre preti scadenti che vanno secondo la corrente del mondo non possono portare la luce di Cristo nelle tenebre del nostro tempo e toccare il cuore degli uomini. Preghiamo non solo per avere tante, ma soprattutto sante vocazioni.
Scritto da: mdeledda alle ore 21:36 | link | commenti | categoria: testimoni, santi e beati
Stato ebraico o Stato degli ebrei?
Il problema dei cittadini arabi

di Marta Zaknoun,
da Il Sussidiario (04/07/09)


Anche se il capo del governo israeliano, Netanyahu, ha finito per accettare la tesi dei due Stati, rimane un problema fondamentale per i palestinesi e gli Stati arabi in generale, vale a dire la precondizione richiesta dal leader israeliano: il riconoscimento di Israele come Stato ebraico. È di estrema rilevanza capire fino in fondo cosa questa definizione comporti e le conseguenze che ne possono derivare.

Non si può negare che Israele sia la maggiore democrazia nel Medio Oriente, forse l’unica, data la libertà di parola che garantisce e le molte possibilità di critica e di dialogo. Tuttavia, quando si autodefinisce come “Stato ebraico” sorgono diversi problemi, in primo luogo per i palestinesi, che in questa definizione vedono definitivamente preclusa ogni possibilità di discutere su un eventuale rientro dei profughi nei loro luoghi di origine. Tanto più che Netanyahu sembra, al contrario, avere intenzione di rafforzare gli insediamenti israeliani nei Territori.

La definizione in discussione pone soprattutto problemi gravi agli arabi che sono cittadini di Israele, circa il 20% della sua popolazione, e che rappresentano una minoranza spesso tra i due fuochi della appartenenza etnica e della cittadinanza. Talvolta si sente elogiare Israele per la sua generosità nell’aver accolto entro i suoi confini questi arabi, ma essi vivevano in queste terre da molto prima che vi fosse lo Stato di Israele, e ben 400 sono i villaggi arabi evacuati alla sua nascita. Senza contare gli arabi fuggiti dalle città più grandi, come Haifa, Nazareth e altre. Quindi si può considerare l’attribuzione della cittadinanza agli arabi che sono rimasti, o si sono trovati riallocati, dentro le frontiere di Israele come il minimo che si potesse fare per chi non aveva più una propria terra ed era rimasto seriamente danneggiato dalla situazione.

Non possiamo ridurre però il tutto ad una questione di bilancio tra danni e risarcimenti, perché il punto è che far parte di uno “Stato ebraico” è ben diverso che essere semplicemente cittadini dello Stato di Israele. È ben diverso dire che Israele è il paese degli ebrei e dire che è uno Stato ebraico: fondare la definizione dello Stato su base religiosa genera automaticamente barriere istituzionali, culturali e sociali per chi non condivide la religione posta alla base dello Stato.

Il problema è particolarmente sentito dagli arabi-israeliani, che si devono già ora confrontare con una crisi di identità per il fatto che la loro cultura non è quella della maggioranza. Tuttavia, coinvolge in prospettiva tutti gli stranieri che volessero diventare cittadini israeliani, perché rischierebbero di non riuscirci, a meno di convertirsi o di trovare qualche ascendente femminile ebreo. Il problema esisterebbe ovviamente anche per chi sposasse israeliani arabi.

In realtà, la distinzione tra ebrei e non ebrei già esiste. Gli arabi israeliani sono cittadini di Israele, pagano le tasse, contribuiscono all’economia, imparano l’ebraico e vanno alle università israeliane. Solo non fanno il servizio militare, e sarebbe paradossale il contrario, fino a che Israele è in guerra con i palestinesi. Nonostante tutto questo e i meritevoli sforzi di molti israeliani ebrei, vi sono parecchi casi in cui i cittadini arabi sono trattati come cittadini di “serie B”.

Ciò è evidente nell’area delle opportunità di lavoro e di carriera, o, ancor di più, nel comportamento dei soldati ai posti di controllo o negli aeroporti: a ogni israeliano arabo è capitato almeno una volta che gli venisse chiesto: “Il tuo nome è insolito, che origine ha?”, sottintendendo ”Il tuo nome non è ebreo, sei arabo?”. Di solito, questa domanda comporta un paio d’ore di domande fastidiose, perquisizione del bagaglio e, a volte, della persona.

La complessità della società israeliana non è riducibile a una semplice definizione. Al fondo, il punto essenziale non è di contestare il diritto del popolo ebreo di avere una propria patria, ma di affermare il diritto degli altri che vivono in quella terra, di poter continuare a viverci con pari diritti e dignità.
Scritto da: mdeledda alle ore 21:24 | link | commenti | categoria: attualità
venerdì, 03 luglio 2009
L'inganno dei “casi pietosiâ€
La triste tattica dei “casi pietosi” per giustificare il “far west” riproduttivo

di Marco Olivetti,
da Il Sussidiario (03/07/09)



L’ordinanza del 1° luglio 2008 del Tribunale di Bologna, che ha consentito la diagnosi preimpianto sugli embrioni prodotti da una coppia che dalla decisione parrebbe non sterile, prefigurando la possibilità di selezionare successivamente gli embrioni stessi, prosegue l’opera di demolizione giurisprudenziale della legge sulla fecondazione assistita e delle disposizioni di attuazione di essa (le c.d. linee guida).

Nel caso specifico, il Tribunale del capoluogo emiliano ha eluso la legge in due punti: laddove essa prevede che la sterilità o l’infertilità della coppia sia condizione di accesso alla fecondazione assistita (art. 4, 1° comma) e laddove essa implicitamente esclude la diagnosi preimpianto, il cui divieto è ben chiaro dal sistema della legge 40 e dai lavori preparatori della stessa. Il Tribunale di Bologna ha deciso in via di urgenza un caso nel quale la donna che richiedeva la fecondazione assistita è affetta da una grave patologia, geneticamente trasmissibile: la diagnosi preimpianto ed il successivo impianto dei soli embrioni privi di tale patologia sono finalizzati ad escludere tale trasmissione.

Nel ragionare sulla decisione bolognese occorre evitare di essere avvolti nella spirale dei casi drammatici, usati sistematicamente come apripista per la demolizione delle leggi e, in questo caso, per giustificare il “far west procreatico” e l’inutile creazione e selezione di migliaia di embrioni cui la legge n. 40 ha inteso porre fine nel 2004. La regolazione legislativa della fecondazione artificiale si ispira infatti all’idea che tali forme di fecondazione siano consentite come rimedio alla sterilità, ma vadano rigorosamente circoscritte a ben precise condizioni e procedimenti, la cui finalità consiste nella tutela “di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Con il diritto di quest’ultimo devono essere contemperati i diritti degli aspiranti genitori, e fra essi dell’aspirante madre, anche per quanto concerne il suo diritto alla salute.

Tutte le decisioni giurisdizionali finora susseguitesi (dapprima il Tribunale di Cagliari, poi quello di Firenze, quindi il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, ed infine la stessa Corte costituzionale, con la sentenza n. 151/2009) hanno tentato di rispondere a pur comprensibili esigenze di coppie desiderose di accedere alla fecondazione assistita al di fuori dei casi in cui essa è legislativamente consentita, mediante l’attenuazione, se non proprio la elusione, del principio di tutela del concepito, pur affermata – sia pure non in maniera incondizionata – da meno recenti decisioni della stessa Corte costituzionale (si v. in vario modo le sent. 27/1975 e 35/1997). Ma nessuna delle decisioni relative alla legge 40 si è misurata con le istanze poste da questo principio: esse insistono piuttosto sulla tutela delle aspirazioni e dei bisogni degli aspiranti genitori, vedendo solo un lato della medaglia. E, negando o non comprendendo tale principio fondante della legge 40 (del resto già previsto – sia pure solo come omaggio del vizio alla virtù – dall’art. 1 della legge n. 194/1998, secondo il quale “Lo Stato… tutela la vita umana sin dal suo inizio”), finiscono per ritenere irragionevoli le limitazioni che la legge n. 40 prevede proprio per garantire tutela all’embrione.

Sicché, questa ultima vicenda, se non sorprende affatto (data la tendenza di non pochi giudici a prendere partito nella “lotta di classe” ingaggiata contro gli embrioni da un consistente e potente filone culturale nel nostro Paese e in buona parte dell’Occidente), pone in realtà una sola essenziale questione di fondo: quella dell’attuale statuto costituzionale dell’embrione. Del resto, la stessa sentenza n. 151 del 2009 della Corte costituzionale, pur limitando con attenzione l’ambito delle sue dichiarazioni di incostituzionalità e riaffermando la vigenza dei principi di fondo della legge n. 40 (ad es. laddove afferma che rimane salvo “il principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario” e laddove sembra concepire l’attenuazione del divieto di creare più di tre embrioni per ogni ciclo di fecondazione assistita come non incompatibile con la tutela generale fornita al concepito dalla stessa legge 40), tralascia proprio questa opera essenziale: quella di definire forme e limiti della tutela dell’embrione, anche alla luce della precedente giurisprudenza sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Ne risulta un clima di incertezza del diritto, con la tendenza ad accogliere le più varie istanze, pur spesso provenienti da situazioni dolorose. Ma ciò non deve far dimenticare il dato di fondo: il soggetto più debole, l’embrione, si vede negata dai giudici la tutela riconosciutagli dalla legge, che consiste nel diritto a essere trattato come parte della specie umana e non come un animale o una cosa.

***


Roccella: «Legge 40, assalto per via giudiziaria»

di Andrea Galli,
da Avvenire (03/07/09)



«Da tempo alcuni magistrati tentano di smontare la legge 40 a forza di sentenze, contraddicendo la volontà popolare e­spressa in un referendum, sia la volontà del Parlamen­to. L’intervento del Tribunale di Bologna si inscrive in questa tendenza». Il giudizio di Eugenia Roccella, sot­tosegretario al Welfare, sull’ordinanza del giudice felsi­neo Cinzia Gamberini, che ha permesso la diagnosi ge­netica preimpianto a una coppia portatrice di una ma­lattia genetica, è tranchant.

Dopo questa ordinanza si apre uno spiraglio alla dia­gnosi preimpianto in Italia?
No. Si tratta di un tribunale civile che ha emanato un’or­dinanza su un singolo caso. La legge 40 resta la legge.

Oltre alle sentenze ambigue, anche i ricorsi aumenta­no.
La legge 40 risente di una cattiva propaganda, tanto che è una inchiesta della European Society of Human Reproduction a dire che il 40% delle coppie italiane che vanno all’estero lo fanno per prestazioni che potrebbe­ro tranquillamente fare in Italia. La disinformazione al­la fine si ritorce contro gli stessi centri che la attuano.

L’ordinanza di Bologna dice di appoggiarsi sulla sen­tenza della Consulta dello scorso aprile.
La Corte ha detto che non deve essere il legislatore ma il medico a decidere il numero degli embrioni da pro­durre e impiantare, tenendo conto ovviamente della sa­lute della donna. Il magistrato ha stabilito invece qual è il numero degli embrioni da produrre, non meno di sei, contraddicendo così la Corte. Inoltre la sentenza della Corte ha lasciato intatti tutti gli altri divieti della legge 40, tra cui quello di crioconservazione – pratica che de­ve rimanere un’eccezione, per cui bisogna produrre il nu­mero strettamente necessario di embrioni – e soprattutto quello di selezione eugenetica.

A questo proposito, il magistrato giustifica la selezione degli embrioni appellandosi a quel rispetto della salu­te della donna – intesa come salute psichica, evidente­mente – richiamato dalla Corte. Un accostamento nean­che troppo velato alla legge 194.
La 194 non ha legittimato l’eugenetica, mentre questa ordinanza introduce per la prima volta, ed è una cosa gravissima, "il diritto di abbandonare l’embrione risul­tato malato": sono le parole testuali che usa il giudice. La 194 fa riferimento a una donna che si ritrova in grem­bo un figlio e che non ce la fa a portare a termine la gra­vidanza, salvo mettere a repentaglio la sua salute psi­chica. Nel caso della fecondazione assistita non si par­te da una gravidanza: c’è un progetto di maternità cui hanno dato il consenso informato sia la madre che il pa­dre. Si tratta di qualcosa di programmato. Quindi una donna farebbe una previsione sul fatto che impiantare quell’embrione potrebbe incidere sulla sua salute psi­chica...

Insomma due situazioni non comparabili.
Assolutamente no. Per la prima volta, ripeto, si parla in un atto giurisprudenziale di un diritto al figlio al sano e, implicitamente, di un non diritto del figlio malato a ve­nire al mondo. Una chiarissima apertura all’eugenetica.

Si possono frenare questi ripetuti tentativi di aggirare le legge 40 per via giudiziaria?
Confido molto nelle nuove linee guida che stiamo ela­borando, con l’ausilio di due commissioni, e che saran­no pronte tra circa sei mesi. Le linee guida non servono per interpretare la legge ma per garantirne un’applica­zione il più possibile trasparente e conforme ai suoi prin­cipi.
Scritto da: mdeledda alle ore 23:37 | link | commenti | categoria: anticomunismo